A spasso con Blake
Last Days di Gus Van Sant; ovvero il film che il regista di Elephant ha pensato ispirandosi agli ultimi giorni di vita del leader dei Nirvana Kurt Cobain. Blake, questo è il nome del silenzioso protagonista interpretato da Michael Pitt, affronta i propri ultimi giorni vagabondando allucinato e confuso nei pressi di una villa di campagna.
L’istanza narrante è distante da lui, sin dalle prime sequenze, come nel tentativo di evitare un coinvolgimento affettivo. Ci si avvicina a lui solo nei pressi della casa, come se anche lo spettatore fosse una di quelle figure umane insignificanti e probabilmente meschine presenti, come osservatori ciechi, allo show di questi ultimi giorni.
La sensazione è che la macchina da presa sia di troppo e invade le lunghe e mute sequenze. Van sant non riesce a sostenere la dimensione surreale e distaccata (che poteva essere adeguata quanto una visione del tutto soggettiva e romantica per una biografia), e ripiega su scelte tecniche già viste nel precedente (e vincitore a Cannes) Elephant. Lunghe sequenze, stilizzazione e montaggio per frammenti, e soprattutto gli scarti temporali, tutti elementi che da una parte sicuramente contribuiscono a rendere lo svuotamento del protagonista e il nulla che lo circonda; dall’altra fanno apparire questo progetto piuttosto pretenzioso, in cui l’ispirazione del regista (che in passato ho quasi sempre aprezzato) si perde nella superificialità di un progetto preparato a tavolino.
Al quasi totale silenzio degli uomini si contrappone l’altissimo volume delle cose inanimate e la potenza assordante della musica. La musica, la valvola di sfogo, l’unico elemento di sincerità forse, avrebbe potuto essere la linea guida del film, accompagnarci per mano nel vagabondare senza meta del protagonista… ma anche del film, poichè l’unica verità è che non si capisce dove voglia andare a parare. Sulla carta il progetto poteva essere decisamente interessante e preso per sezioni anche il film lo è, ma qualcosa “durante” deve essere andato storto: “Ho perso qualcosa lungo la via” recita Blake, e forse lo stesso è accaduto al regista.
Ora.. può anche essere che il film sia geniale ed avanguardistico e io soltanto non l’abbia capito! Ma per me è solo incoerente e paraculo! Sono incoerenti le due scene di sfogomusicale per esempio (il modo diverso di osservarle appare del tutto inspiegabile), ma il momento più insopportabile arriva proprio nel finale. Se durante il film si può accettare di dover trovare delle spiegazioni a quanto visto fino a quel momento solo con lo scorrere della pellicola fino all’ultimo fotogramma, il finale arriva a puntino a confermare che il film è una grande presa per il culo. Senza rumori di spari, senza immagini del momento della morte (scelta intelligente che fa sperare in un paio di ultime sequenze che risollevino tutto il film), un giardiniere trova il corpo di Blake, lo osserva da dietro la porta-finestra della baracca degli attrezzi, ed eccola: evanescente come il riflesso del vetro vediamo l’anima di Blake separarsi dal corpo e compiere la prorpia ascesa, l’ultima scalata. Direi che come trionfo del basso ci siamo, anzi no manca la ciliegina sulla torta, una musica incomprensibilmente ironica per i titoli di coda!
Si è vero, un film pieno di clichè sul rocker maledetto sarebbe stato peggio! Ma come film di Gus Van Sant non è credibile…
voto: 5




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